La sfoglia della nonna

I calcestruzzi standard si dividono grosso modo in due gruppi: i calcestruzzi definiti in maniera scientifica “a composizione garantita”, e quelli chiamati a “prestazione garantita”; nel settore queste due tipologie sono conosciute più pragmaticamente come calcestruzzi a dosaggio e calcestruzzi a resistenza.

Ora dovete sapere che curiosamente un calcestruzzo a dosaggio è anche a resistenza, e viceversa. Il motivo è molto semplice: sono lo stesso prodotto. Infatti, un prodotto a resistenza Rck 40 (progettato per reggere 40 N/mm2) è un calcestruzzo a resistenza; ma lo possiamo anche interpretare come un calcestruzzo a dosaggio con circa 430 kg di cemento.

Quello che differenzia i due prodotti è l’approccio del cliente: se questi non ha esperienza di produzione di calcestruzzo o non si vuole assumere troppe responsabilità, preferisce chiedere il prodotto a resistenza, perché sarà l’azienda produttrice che ne garantirà la prestazione. Se invece il cliente ha un proprio know-how sul prodotto, ha tutto il diritto di chiedere una “ricetta” secondo le proprie specifiche assumendosene però la responsabilità.

E’ come se la nonna valutasse di comprare al supermercato la sfoglia già pronta di buona marca, oppure la volesse preparare lei con i prodotti e nelle dosi che la sua esperienza le ha sempre insegnato perché così è più buona, o più realisticamente perché non si fida di quello che c’è dentro nella sfoglia industriale… Per ovviare a questo dubbio la nonna potrebbe guardare la lista degli ingredienti stampati sul retro della confezione; nel caso del calcestruzzo, i clienti diffidenti si fanno stampare gli “ingredienti” in automatico dal computer o si fanno certificare in manuale – magari a penna su un foglio di carta – i dosaggi effettuati dall’operatore sul documento di consegna del prodotto… L’ultima soluzione è decisamente la più poetica.

Da un punto di vista penale i due prodotti sono molto differenti: se la struttura crolla e il cliente ha chiesto il calcestruzzo a dosaggio (sempre supposto che l’azienda produttrice del calcestruzzo si sia perfettamente attenuta alle disposizioni), la responsabilità dovrebbe essere principalmente sua. Se invece la fornitura è a prestazione garantita, la responsabilità dovrebbe ricadere sull’azienda produttrice (sempre supposto che il progetto del cliente sia corretto).

In entrambi i casi il condizionale è d’obbligo, perché il problema è dimostrarlo; e in questo mi faccio aiutare da un’analogia con la sfoglia industriale comprata dalla nonna diffidente. In caso di cattivo prodotto l’azienda potrebbe obiettare: la pasta sfoglia è stata conservata in frigorifero? E’ stata cotta in forno alla temperatura giusta? La confezione è stata danneggiata dal consumatore durante il trasporto? L’impasto è stato utilizzato entro i termini previsti dalla scadenza? La nonnetta è invidiosa del concorrente industriale e dice che comunque quel prodotto fa schifo anche se ciò è un giudizio soggettivo? Tutti questi esempi sono facilmente riportabili nell’ambito del calcestruzzo. Di certo c’è solo che la nonna, da quel momento in poi, non comprerà più la sfoglia di quel produttore…

Tralasciamo per il momento il calcestruzzo a dosaggio che – come abbiamo visto – da un punto di vista strutturale non fornisce alcuna indicazione di prestazione (assomiglia più ad una lista di ingredienti di una torta – peraltro nemmeno impastata – che ad un prodotto industriale), e poi non viene più inserito nei listini di vendita delle aziende di calcestruzzo dopo l’introduzione della normativa UNI11104 del 2004, e concentriamoci invece sul più interessante calcestruzzo a resistenza, al quale abbiamo visto può anche ricondursi il calcestruzzo della prima specie.

Quando voi andate al supermercato e comprate una confezione di sei lattine di birra, vi è mai capitato che una delle lattine avesse un sapore diverso dalle altre? Personalmente non mi è mai capitato, tranne quella volta che ne ho trovata una già mezza aperta… E tanto più la produzione passa da artigianale ad industriale, tanto più il sapore diventa omogeneo e – se mi permettete il giudizio slow food – senza alcuna personalità. Infatti hanno tutte lo stesso sapore, anche se la “prestazione sensoriale” è per tutte ugualmente garantita. E chi è addentro alle tecniche birrarie mi dice che è proprio il cliente che vuole sentire lo stesso identico sapore, e non tollera le benché minime variazioni.

Ora, per il calcestruzzo la costanza del prodotto è una pura e semplice “utopia”; non esiste un metro cubo di calcestruzzo uguale all’altro. Adesso i malfidenti forcaioli non comincino a storcere il naso, perché siamo in un ambito perfettamente legale. Il motivo è molto semplice: la birra può essere immagazzinata in silos di decine, centinaia di ettolitri (e lì ovviamente il sapore tende per forza ad essere uguale in ogni litro), mentre il calcestruzzo non lo si può mettere a maturare a magazzino! Infatti, anche il più stupido dei consulenti aziendali capirebbe che dopo qualche minuto il prodotto comincerebbe ad indurirsi e a diventare rapidamente inservibile.

Beh, a dire il vero, una nota compagnia internazionale di revisione dei conti e di processi industriali dal nome vagamente scozzese aveva mandato qualche suo consulente ad insegnarci come ottimizzare il ciclo del calcestruzzo secondo i più moderni criteri della produttività: lo si produce tutto alla mattina presto e si continua a venderlo per tutto il resto della giornata; e così al pomeriggio gli addetti alla produzione non servono più e si riduce il costo del personale…

Che stupidi questi calcestruzzai! Non ci avevano mai pensato! Che genialata, si sono detti! Peccato che avrebbero venduto il calcestruzzo a forma di silo, magari a fette come una grande mortadella! E poi il consulente alla fine li ha pure accusati di non avergli spiegato completamente la chimica del calcestruzzo… Una risata al limite dell’ovazione del gruppo di lavoro lo ha seppellito.

Quindi, tornando a noi, il calcestruzzo non lo si può immagazzinare; necessariamente va prodotto all’istante; e chiaramente ogni ciclo di produzione (ossia circa dieci metri cubi per betoniera) si differenzierà dal precedente o dal successivo per un qualcosa (anche solo per la variazione atmosferica) che lo renderà unico e irripetibile. La fatica dell’azienda produttrice e la responsabilità che ne deriva sta proprio nel cercare di ridurre al minimo questi “delta” di prestazione; quindi la qualità del calcestruzzo si basa sulla probabilità e sul calcolo statistico. Adesso sicuramente vi sentirete più sollevati sapendo che il calcestruzzo è probabilmente buono.

 

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