Ogni lavoratore, nella sua più o meno lunga carriera professionale, viene a conoscenza di un certo numero di episodi (in cui è coinvolto di persona o lo sono stati altri colleghi di sventura) che in qualche modo scuotono il tran tran quotidiano, e che vengono narrati di generazione in generazione con quel misto di spavalderia e incoscienza che caratterizza chi è già esperto del settore (“l’anziano”) e fino a quel momento se l’è cavata egregiamente.

Anche il settore del calcestruzzo non fa eccezione, e quasi sempre la cosa nasce senza premeditazione, ma lo sviluppo degli eventi e il risultato finale a volte destano più di qualche perplessità.

Questi episodi risalgono ai tempi delle prime installazioni informatiche ed automatiche presso gli impianti. Il mix tra nuova tecnologia informatica in un business arretrato e analfabetismo informatico degli operatori contribuì a creare situazioni paradossali che meritano di essere narrate, soprattutto per far capire al lettore il livello culturale delle risorse umane a disposizione e le difficoltà nell’installare un sistema all’inizio poco efficiente e non adeguato all’ambiente in cui si operava e al personale che lo avrebbe utilizzato.

La bella automazione addormentata

Anche le macchine provano dolore?

Mio padre, ogni volta che la vecchia televisione a valvole cominciava a perdere colpi e a ridurre la zona di illuminazione, si avvicinava all’apparecchio e, mirando in un punto che solo lui conosceva perfettamente, assestava una potente “sberla” all’elettrodomestico, rinsavendolo rapidamente e facendolo ritornare perfettamente funzionante. Queste opere di magia, tentate anche dai genitori sulla testa dei propri figli specialmente in seguito a risultati scadenti a scuola, non sempre riuscivano alla perfezione e a volte potevano produrre l’effetto opposto; solamente mani esperte riuscivano invece a trovare la cura giusta al momento giusto, e soprattutto nel punto giusto.

Un giorno un operaio di un impianto romagnolo mi chiamò per verificare un problema al sistema di automazione; durante la fase di carico, il sistema stranamente si bloccava e lui era costretto a procedere manualmente alla chiusura della produzione del calcestruzzo, abbassando così notevolmente la percentuale di automazione in automatico. Ancora più strano il fatto che il responsabile di impianto, un omone di 120 Kg per 190 cm di altezza, non avesse mai evidenziato alcun problema quando alla consolle di dosaggio operava lui. La mia prima deduzione fu: “Sta’ a vedere che il dosatore non ha capito come funziona il sistema automatico e va in confusione”.

Quando mi presentai in cantiere fui accolto dal responsabile di impianto che mi chiese per quale motivo mi trovassi lì (allora tutti i referenti di sede dovevano chiedere sempre il permesso al responsabile di impianto per entrare in cantiere). Gli spiegai il motivo della visita e gli chiesi di poter vedere il sistema di automazione, e soprattutto di controllare come il dosatore lo stesse utilizzando. Mentre mi stavo avvicinando alla cabina di dosaggio mi accorsi di una vistosa conca sulla parte superiore della lamiera sinistra che proteggeva l’apparato elettronico, schiacciata verso l’interno di qualche centimetro per un’estensione di circa una spanna, ma non indagai ulteriormente. “Qualcuno o qualcosa avrà urtato il sistema accidentalmente” pensai, anche perché la lesione non era in un punto ‘vitale’ e non poteva certo compromettere le funzionalità del sistema di pesatura automatica. Mentre eravamo in cabina di dosaggio ad eseguire alcuni carichi della giornata, tutto ad un tratto il sistema, al termine del calcolo dei componenti da dosare, si bloccò inspiegabilmente durante la restituzione dei pesi del primo ciclo di pesata. Okay, beccato il problema. Però, da qui a capire cosa causasse tale blocco di sistema era una cosa molto più ardua, dal momento che il problema era certamente localizzato nel sistema hardware della macchina di automazione. E mentre io stavo cercando di contattare la società fornitrice dell’automazione, il responsabile di impianto mi fermò gentilmente la mano, mi disse di guardare, e con una sicurezza che solo Michelangelo mentre scolpiva il David poteva avere, assestò un tremendo colpo nella concavità anomala scuotendo la struttura di qualche centimetro. E l’automazione miracolosamente ripartì.

Ancora oggi non ho capito quale fosse il problema, ma quell’impianto ha sempre funzionato dal punto di vista elettronico come un gioiellino e non ha mai più dato problemi. Vuoi vedere che anche i circuiti elettronici sentono il dolore e soprattutto “ricordano”?

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