Full Monty

Quella di frequentare un centro di collocamento è un’esperienza che tutti nella vita dovrebbero fare, laureati e non, specialmente se sull’orlo della cinquantina, e in particolar modo quelli a cui non piace più il proprio lavoro da dipendente: mettersi in fila pazientemente ad un centro di collocamento, illustrare ad un emerito sconosciuto, con la faccia già triste di suo, il curriculum pluridecorato di quattro pagine, vederlo sintetizzato in due righe scarse e associato a potenziali occupazioni come “addetto della produzione” (corrispondente più o meno ad una qualifica di operaio specializzato), o programmatore software (diplomato appena uscito da un istituto tecnico); curiosamente non esiste nemmeno la funzione di project manager o di analista di sistemi informativi complessi. E ovviamente nessun lavoro disponibile con quelle caratteristiche, almeno per il momento… Un momento che sembra lungo una vita. E quando pensi che qualche tuo ex collega si sta godendo le meritate vacanze su una barca (di sua proprietà) in qualche posto sperduto del Mediterraneo, ti chiedi se questo sia il giusto premio per aver lavorato 16 ore al giorno (giuro, dalle 8 alle 24) per risolvere i suoi problemi.

Nel frattempo non mi perdo certo d’animo. Con baldanzosa fiducia nel sistema di ricollocamento delle agenzie interinali mi presento nella via della passione della mia città dal nome capitolino, luogo (forse sarebbe meglio dire “campo”) di concentramento di tutte queste agenzie piene di ragazze gentili allo sportello e gruppi di sfigati di varie etnìe ed età di fronte a loro, specialmente over 40, tutti in ordinata fila, che provano a raccontare piccoli spaccati di umanità sfregiata a precari più giovani che li classificano, li catalogano e poi li danno il benservito con un “la contatteremo al più presto non appena abbiamo qualche azienda interessata”.

Poi si torna a casa, si guarda al computer qualche sito di ricerca di lavoro, ci si candida ad un’offerta che potrebbe essere adeguata alla tua professionalità e “Congratulazioni! La sua offerta è stata inviata all’azienda”. Facile no? Talmente facile che non ti accorgi nemmeno di spedirne più di 140 in pochi mesi e nessuno che ti inviti ad un colloquio, nemmeno se gli offri tu un pranzo o una cena. Ti rimangono solo 140 “Congratulazioni” e un più concreto benservito generalizzato.

Un caro amico, presidente di un’associazione di categoria, mi consiglia di rivolgermi a quelle aziende che vengono definite “cacciatori di teste” (in inglese “head hunters”): “Io non posso fare niente, perché purtroppo non possiamo consigliare ai nostri affiliati uno che è stato arrestato dalla Procura di Caltanissetta con un’accusa di collusione con ambienti mafiosi. Per carità, io ti conosco bene e so che le accuse mosse a tuo carico sono assurde, ma è meglio che ti seguano loro; sono care amiche che aiutano anche noi a cercare personale per le aziende consociate; ti puoi confidare tranquillamente”.

Ero talmente tranquillo della loro buona fede che mentre confidavo loro per filo e per segno la mia situazione disoccupazional-giudiziaria non mi ero accorto dello sguardo terrorizzato e al tempo stesso pietrificato con cui mi guardavano mentre io raccontavo della mia ascesa professionale e dell’inattesa caduta agli inferi. E a seguito di quel mio colloquio a cuore aperto venni a sapere che ogni agenzia interinale ha una propria “black-list”, un elenco di persone non gradite o difficilmente ricollocabili, e comunque da non interpellare e ricontattare mai più. Queste ragazze almeno sono state gentili: mi mandano ogni mese la loro newsletter.

A questo punto faccio il salto di livello: provo a chiedere agli ambienti politici ed economici della mia città qualche contatto utile; del resto la mia città è piccola e ci si conosce un po’ tutti. Certo che la mia attività decennale da pendolare in quel di Bergamo non mi ha certo favorito nel mantenere i legami con le istituzioni della mia città. Da tutti la stessa frase: “E’ impossibile! Si sono sbagliati! Ti conosciamo troppo bene perché ciò sia vero! Però sai, finché la situazione non si è chiarita non riusciamo ad aiutarti”. Ok, quindi facendo un rapido conteggio della durata media dei processi sommata alla mia non più giovane età significa che – crisi economica a parte – comunque nessuno mi darà lavoro fino ai 65 anni…

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