La Voce di Romagna - 28 Aprile 2010

Sicuramente il più bell’articolo pubblicato su di me è quello fatto da questo giornale locale, che vende qualche copia al giorno, ma che quel giorno sembra fosse particolarmente ispirato tanto da dimostrarsi il più solerte in fatto di dettagli sulla mia vita professionale, con giudizi ben oltre i limiti di querela.

Intanto farei notare come questi giornalisti non conoscono nemmeno l’esistenza della forma singolare del termine “hacker” (vi assicuro: esiste, e viene spesso usata nelle riviste specializzate), e lo sbattono pure come titolone di prima pagina.

Inoltre l’hacker è un bravissimo informatico che cerca di “entrare” nei siti o nei programmi altrui per prenderne il controllo, copiare informazioni riservate, danneggiarne le attività. Mi sembra che qui l’accusa invece sia esattamente contraria, ossia quella di occultare internamente le informazioni aziendali, “impedire l’accesso” agli organi inquirenti; e certamente non ho mai pensato un solo secondo di danneggiare l’attività investigativa.

Affermano poi che il legame tra la cosche mafiose e l’azienda di Bergamo fosse proprio il software gestionale “Progress”, che era stato progettato per fornire calcestruzzo di qualità scadente… e qualcuno già potrebbe pensare che il sistema emettesse direttamente un bonifico dell’illecito profitto direttamente nel conto corrente di Giuseppe Madonìa.

Sentite, ragazzi: in tutta confidenza vi dico una cosa a cui stenterete a credere: gli impianti in questione non avevano sistemi di automazione! Sapete quello che significa dire che essi non erano automatizzati? Significa che il Progress non poteva automaticamente produrre il calcestruzzo depotenziato; i tasti del sinottico di apertura e chiusura delle bocchette, la lettura delle bilance e la corretta esecuzione del carico erano totalmente ad appannaggio del capo centrale. Questo valeva per l’impianto di Gela, per l’impianto di Caltanissetta, per l’impianto di Castelbuono, per l’impianto di Riesi.

“E allora”, direte voi, ”a cosa serviva il Progress in impianto?”

Ad emettere documenti di trasporto (bolle di vendita) con la stampante di impianto, senza però alcun collegamento al sistema di produzione. L’unica cosa che veniva chiesta al dosatore dal lato produzione (educatamente, come forma di cortesia, si intende…) era di agganciare la ricetta che avrebbe usato poi in produzione. Doveva scegliere dal mazzo di ricette possibili quella che il tecnologico di zona Sicilia gli aveva detto di usare in quel caso (sapete, esistono centinaia di ricette per lo stesso prodotto: basti pensare al caso in cui si voglia fare il calcestruzzo con ghiaia fine e grossa, oppure solo con ghiaia fine…)

“Ma il magistrato ha detto di aver trovato nel computer (quindi nell’archivio ricette di Progress, ndr) prove di ricette sotto-dosate utilizzate nella produzione. Quindi era il Progress che, anche su carichi manuali, dettava le consegne.”

Su, ragazzi, un po’ di attenzione: chi inseriva le ricette a computer? Il servizio tecnologico di zona Sicilia. Chi doveva controllare che tali ricette fossero conformi al contratto avendone le competenze per farlo? Il servizio tecnologico di Sede a Bergamo. Il Progress si limitava a registrare la ricetta che il capo centrale gli aveva detto che avrebbe eseguito, ma da qui a dire che avesse eseguito proprio quella ricetta è tutto un altro paio di maniche. Se io ti presento uno spartito di musica e poi tu suoni improvvisando (o addirittura esegui un altro brano completamente diverso), il risultato che ne esce può essere scadente, oppure ancora migliore di quello scritto sulla partitura; ma il computer, che è fondamentalmente stupido e “sordo” – come lo sono quei giornalisti che lo ritengono dotato di poteri sovrumani – allega al documento di trasporto la partitura standard dichiarata; proprio come quando si pagano i diritti alla SIAE: si elencano i titoli dei brani suonati, e non come essi sono stati eseguiti; altrimenti qualcuno dovrebbe pure pagare i danni.

Peraltro, alcuni capi centrale avevano proprio indicato in Progress le ricette cosiddette “depotenziate” come riferimento delle loro pesate; quindi non è vero che Progress le occultava; anzi, grazie a queste registrazioni – che non sono mai state cancellate dal database di Progress – la magistratura è risalita ad alcune opere che potenzialmente potevano essere non conformi alle specifiche di contratto.

Ora, cosa potevamo fare noi, uomini di Progress, per impedire a questi soggetti di eseguire manualmente mix design con contenuto inferiore di cemento? Purtroppo chi ha il dono della sintesi e omette dettagli non sempre ha il dono della verità, e certamente non è un buon giornalista…

Ma esaminiamo la seconda parte dell’articolo, quello sulla cronaca locale (scritto così, tanto per fare terra bruciata con amici, parenti e colleghi):

Manette di calcestruzzo per 14 capocosche

Accidenti, qui sono diventato pure un “capocosca”. Ma scusate, un capocosca cosa fa nella vita, e soprattutto, quanto guadagna al mese? No, perché visto lo stato di disoccupazione a cui questa indagine e questi articoli fantasiosi mi hanno relegato, un pensierino ce lo si potrebbe pure fare… tanto, sputtanato per sputtanato… Ma per piacere, giornalisti ravennati, provate a farvi una semplice domanda: potevano persone non sicule diventare capicosca (o capicosche, o capocosche, o come cavolo si dice)? E poi la Mafia vuole ai suoi vertici persone di potere, non impiegati che operano negli scantinati e colloquiano solo con router, pc e reti; e soprattutto, mi ci vedete chiedere il pizzo ad un server?

 

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