Mi hanno sempre affascinato le storie dei missionari cristiani che si avventuravano in terre sconosciute, con l’obiettivo di trasmettere alle popolazioni locali la fede in Dio. Gente dura, caparbia, a volte anche piuttosto indipendente; ma queste caratteristiche gli avrebbero poi consentito di sopravvivere per lunghissimi anni fuori dalla propria terra, a contatto con genti primitive ed ostili, in territori al limite della sopravvivenza.

E’ esistito ad esempio un certo Padre Giannantonio Cavazzi, montanaro nato nel 1621 a Montecuccolo sull’appennino modenese, che nel Seicento fu missionario francescano cappuccino in Africa, fece conoscenza di una tribù di cannibali, cercò di convertire la loro mitica regina Zingha, e descrisse tutto questo nella sua “Historica descrizione de’ tre regni Congo, Matamba e Angola”.

“Partito da Genova nel febbraio 1654, Cavazzi giunse in Angola l’11 novembre 1654, da dove si diresse per Masangano, sulla riva destra del fiume Kwanza. Qui iniziò la sua predicazione tra tribolazioni di ogni genere, dalle febbri malariche al cannibalismo. Nel suo libro racconta che una delle prime visioni che ebbe nella savana fu quella di una macelleria di carne umana, con braccia e cosce arrostite e acquistabili a buon prezzo. Buona parte del libro è occupata dalla celebre regina Zingha, che governava l’indomita o – se si vuole – sanguinaria tribù dei Matamba, allora dominante in Angola. “Mai satolla di suggere il sangue facendo strozzare pargoletti e uomini per empirne i nappi, il gozzo e le viscere”, scrive padre Cavazzi, la feroce regina dei cannibali possedeva un harem maschile in cui gli uomini, a volte, potevano finire mangiati. Organizzava festini in cui agli amanti in abiti femminili venivano serviti “topi arrostiti con tutto il pelo”, come nota schifato il frate cappuccino. Tuttavia, Cavazzi, mandato dai superiori bolognesi a evangelizzare il Matamba, non si sottrae al compito più difficile, che è quello di convertire l’esuberante regina. Zingha, nel merito, appare confusa, o ama confondere. Quando sembra aver abbracciato la fede cristiana, ecco che ricade nell’animismo e nel tribalismo. Poi torna a convertirsi, quindi sfugge di nuovo. Alla fine capitola e muore cristiana, a 81 anni, assistita dallo stesso Cavazzi che da lei era stato chiamato a sostituire Padre Antonio da Gaeta rimasto a reggere la prefettura di Angola.”

Tratto da http://www.radioemiliaromagna.it/protagonisti/missionario_cannibali.aspx

A questo punto mi faccio e vi faccio alcune domande sulla figura di questo cristiano, pieno di energia e con un progetto ambizioso da compiere, che venne catapultato dal suo ordine nella profonda Africa nera ad evangelizzare – a sua insaputa – una popolazione di cannibali:

  • Secondo voi, quest’uomo ha mai assistito a banchetti con carne umana? Certamente.
  • Ha mai assaggiato carne umana? Lo escluderei assolutamente.
  • Se gli avessero offerto carne umana si sarebbe potuto opporre? Certamente, avrebbe sollevato problemi religiosi e avrebbe resistito.
  • Se, una volta piombato in mezzo alla tribù, avesse cominciato ad inveire contro tutti e vietato loro di mangiare carne umana, lo avrebbero ascoltato o sarebbe diventato il pranzo del giorno dopo? Probabilmente la seconda ipotesi.
  • Avrebbe potuto impedire che la sua ricetta di abbacchio scottadito fosse usata per rendere più prelibati gli esseri umani anziché solo gli ungulati della foresta? In fondo, quando una ricetta è buona e saporita, il tipo di carne è solo un elemento del prodotto finale.
  • Ci fu un momento in cui nella tribù la religione cristiana conviveva con le pratiche di cannibalismo e animiste? Senza dubbio.
  • Lo scopo del frate era quello di impedire il cannibalismo, o di convertire queste anime sperdute nella giungla al nuovo credo cristiano? Egli fu mandato giù per una missione di conversione; a mio parere la questione del cannibalismo se la trovò casualmente e inaspettatamente, ne rimase inorridito, ma la affrontò man mano che la sua attività di proselitismo proseguiva tra quelle genti.
  • Quando questo missionario tornò a Genova, secondo voi gli prospettarono una “carriera” all’interno della Chiesa, oppure rimase sempre “a disposizione” delle missioni visto l’impegno e l’esperienza acquisita sul campo? Dagli scritti lasciati sembra che, più che dalla carriera ecclesiastica che comunque non gli venne mai offerta, il nostro frate fu attirato dal “mal d’Africa” verso quelle terre e quelle genti; e nel tempo ci tornò più volte.
  • E quanti preti missionari in Africa sono diventati Papa? Nessuno.

Qui finisce anche la mia storia, e probabilmente ne inizierà una nuova, spero meno sanguinosa. Di certo questo “Mal d’Africa” verso il mio ex-lavoro e i miei ex-colleghi non mi abbandonerà facilmente. A loro va innanzitutto il mio ringraziamento per tutto il know-how che mi hanno trasferito in questi 22 anni (dal più grande dirigente all’ultimo palista dell’impianto), anche se ormai non mi servirà più a niente.

A questo settore che tanto mi ha dato, a cui ho dato tanto e che troppo mi ha tolto lascio il mio definitivo saluto di commiato.

E a tutti – anche ai magistrati – un arrivederci a presto per un caffè insieme, come vecchi amici. Come sempre, offrirò io.

Vitam regit fortuna, non sapientia (Cicerone)

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